Et conversus vidi...
Una tela nera ha segnato il momento di rottura, l’inizio di un cambiamento tutt’ora in atto nella produzione pittorica di Angelo Cesana, Domine exaudi vocem meam.
Eclissi del raziocinio, che nell’attimo del suo manifestarsi annulla i paesaggi e le figure della stagione precedente, oscurandoli dietro a una fumosa coltre nera, espressione visiva di un’angosciosa domanda interiore inevitabilmente disattesa. Un moto di liberazione dall’ansia dell’incertezza quindi, un’esorcismo pittorico in cui la tela si carica del male oscuro che tormenta l’artista permettendogli di recuperare una luce nuova. Cesana invoca una risposta, prega perché sia fatta chiarezza.
E luce fu, ma solo per un attimo.
La tavolozza luminosa delle tele successive a Domine exaudi vocem meam equivale a un respiro a pieni polmoni, un limbo di sole in cui sostare prima di riprendere la propria battaglia personale.
Angelo vive consapevolmente la labilità della condizione umana, accettando i rischi che l’indagine sulle verità ultime dell’uomo comporta. Il suo stato di grazia è la strenua ricerca di risposte, l’assillo del perché, che in pittura assume la forma di un ritorno febbrile e ossessivo a temi e figure chiave. Gli esordi naturalistico-accademici infatti, presto virati verso l’informale, hanno ceduto poi il passo a una pittura antinarrativa dominata da emblemi grafici e immagini-simbolo: gli spartiti musicali, le citazioni di testi sacri, il libro, la luna, la croce, l’incensorio, raprresentazioni sintetiche e primitive della crocifissione e della deposizione. Una ciclicità che non è ripetizione meccanica, ma confronto necessario con il tema religioso ed esistenziale, vero leitmotiv della sua produzione, eterno ritorno sugli interrogativi della vita destinati a rimanere irrisolti.
Una riproposizione di temi, colori, sensazioni secondo infinite modulazioni; la composizione, la pennellata, gli accostamenti grafici e cromatici mai uguali, sono i responsabili di quello scarto necessario a eludere la minaccia della monotonia.
Simili a variazioni musicali le tele di Cesana scrivono la loro sinfonia. A volte gli spartiti invadono la tela fisicamente, sono i momenti in cui l’autore ritorna alla sua passione per il pianoforte e l’organo, ma lo schema matematico che si cela sotto l’aspetto etereo delle note induce Angelo a cercare la libertà espressiva della pittura, che sente più sua. Una pittura che meglio esprime la personalità dell’autore quanto è più disordinata, inquieta, caotica. I colori, dall’inconfondibile sapore terragno, sono sporchi, arrovellati, sovrapposti in pennellate nervose e ripetute.
Una superficie capricciosa da leggere in raccolto silenzio come le pagine di un libro.
E proprio Pagine ultime è il titolo ricorrente dei recenti lavori di Cesana. La tela bianca è pagina di un diario intimo e personale, confessione quotidiana e dialogo privato con la dimensione religiosa e spirituale, meditazione sul Vangelo e sul Verbo.
Angelo non spicca il volo nel tentativo di mistiche sublimazioni, ma affronta il mistero della fede qui, sulla terra. La parola di Dio, i Testi Sacri, le preghiere, di cui trascrive brevi citazioni tutte rigorosamente in latino, si impastano con il fango della terra, il nero della notte, dell’inconscio, del dubbio, il bianco degli spiragli di luce, della speranza, tutti colori che predominano nelle sue tele. E ancora il rosso del sangue, vivido, feroce, quando è la lotta fratricida tra Caino e Abele a colpire il suo immaginario, e bene e male si palesano sulla tela.
Tuttavia i toni violenti, a volte apocalittici dei suoi dipinti, non sfociano mai in grido aperto e in disperazione. C’è sempre un contegno in Cesana, una misura, che egli si impone e che impone al pubblico delle sue opere, e che alimenta il mistero senza fine.
A volte è una “s” riquadrata a richiamarci al silentium, quello della regola monastica, sorta di antico sigillo da codice medioevale; a volte è una luna che fa capolino da una finestra, e illumina di flebile luce l’interiorità dell’artista. Non è il sole, che definisce i contorni ed evidenzia le forme, ma la luna, che sfoca pensieri e parole, e lascia un alone di indefinitezza a tutto ciò che tocca. E anche le parole, che sembrano emergere sulla superficie del dipinto da un abisso lontano, sussurrate, le cifre, le lettere, i simboli, e i segni grafici, non sono altro che lampi dell’inconscio e della memoria, dimensioni altre in cui l’uomo racchiude i pensieri più profondi e riservati.
Angelo Cesana mette a nudo i suoi dubbi, i suoi nodi irrisolti, con pudore, generosità, e fermo accanimento. Una lotta continua che lo ha accompagnato per tutta la vita, uno sforzo senza fine verso l’ineffabile.
L’inquietudine, il caos e la confusione, che si esprimono sulla tela in una pennellata mossa e vibrante, tracciano un’ordito complesso e stratificato. Angelo dispone il colore in campiture geometricamente risolte, tasselli monocromi dai confini raramente regolari, più spesso sfilacciati e gocciolanti. Vere e proprie macchie tessute a trama larga e corposa, gioco di trasparenze in un fitto intersecarsi, sovrapporsi, e mescolarsi di cromie, immagini e crittogrammi, in cui l’autore agisce d’istinto, dando vita ad opere in cui la tecnica frammentaria fa da contrappunto ad uno spirito interroto, irrisolto.
Lascia fluire la sua anima, letteralmente scrive con il proprio pennello il racconto del suo percorso, le illusioni, il bisogno di un oltre, e l’emozione intensa dell’illuminazione offerta dal Verbo.
“Et conversus sum… et conversus vidi”, mi sono voltato…. e ho visto.
Non si tratta solo del rapporto tra l’uomo e Dio, non è solo una questione di fede. Le domande che Cesana si pone superano i confini della tematica religiosa per approdare alla più laica forma di esistenzialismo.
È una ricerca di senso la sua, di certezze, che si scontra con l’impossibilità di sapere, la sofferta esclusione dell’uomo, ogni uomo, dalla suprema conoscenza e dalla pacificazione terrena, cui solo il mistico e l’asceta possono ambire.
Alessia Barzaghi