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Il mistero del Libro e le sue Pagine

Ci sono luoghi che invitano alla meditazione. Luoghi che conservano un mistero profondo e suggeriscono riflessioni importanti. L’abbazia di Farfa è certamente uno di quelli. Ed è proprio lì, nel silenzio mistico dell’antica abbazia, che Angelo Cesana ha trovato l’ispirazione per questi suoi lavori, cercando di raggiungere “quella luce che umanamente non è facile penetrare”.
Ne sono nate opere intense, cariche di spiritualità, figlie di un percorso introspettivo: opere non semplici, è vero, che chiedono di essere guardate con la medesima sensibilità che le ha generate. Non c’è da stupirsene: chi conosce Angelo Cesana sa di trovarsi di fronte a un artista che ha sempre scelto la strada più impervia, che non si è fermato di fronte alla difficoltà di una pittura fortemente espressiva ma senza compromessi, mai facile, mai accattivante.
Le sue sono pagine che sembrano scandire il tempo, scritture mistiche espresse nel colore, frammenti di natura portatori di segreti ancestrali, notti buie e solitarie, silenzi interrotti solo dal riecheggiare di una parola, di una frase esemplare. Eppure, a ben vedere, non c’è nulla di triste o inquietante in quelle pagine piene di mistero. Neppure quella tavolozza cupa, dai toni bruni, grigi o bruciati, ha il sapore di un dramma senza speranza.
La pittura di Angelo Cesana è, anzi, vitale e impetuosa, plasmata nel colore con una pennellata che affonda le radici in un certo informale e nei color fields alla Mark Rothko. Un linguaggio che ha trovato se stesso in un percorso personale e sempre coerente, partito da una fase figurativa, quasi morlottiana, passato per una ricerca in cui la pennellata e il colore la fanno da padroni, per approdare a composizioni come queste ultime, in cui il gesto sembra più controllato, l’insieme più meditato e meno istintivo, forse anche in funzione di un significato iconografico più profondo e importante. Si prenda, ad esempio, un’opera come Amen, del 2008, con quelle sgocciolature di nero che invadono il grigio di fondo e quella parola – l’Amen del titolo – che diventa segno, parte integrante dell’insieme. O si osservi la più recente Anime inquiete, nella quale le lettere e i numeri sono risolte con un gesto pittorico, trattate alla stregua di una pennellata di colore, perfettamente inserite in quel meccanismo di geometrie apparentemente casuali che regge l’intera composizione.
Non basta guardare le opere di Angelo di Cesana. Occorre accettare l’invito che, con discrezione, esse ci porgono, ed entrarci, camminarci dentro con lo sguardo, sentire la loro voce. Scopriremo così che non sono affatto dure e aggressive, ma sono anzi avvolgenti e accoglienti. Hanno molto da raccontarci: e forse, chissà, se abbiamo pazienza, sapranno svelarci anche i misteri delle loro pagine.

Simona Bartolena

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